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#Y2K: Benvenut* negli anni Duemila

Da ormai alcune settimane, in fatto di moda spopola su tutti i social l’hashtag #Y2K.

Ma cosa significa questa cifra sibillina che marchia sempre più contenuti ed è stata in grado di produrre, ad oggi, oltre un miliardo di visualizzazioni sui principali social network?

Beh, mettiamola così: è la formula magica che, nel 2023, ci riporterà indietro di almeno un paio di decenni!

Back to the 2000s

Come avrete capito, #Y2K è l’etichetta che, sui social network più popolati e popolari, contrassegna le migliaia di pubblicazioni che strizzano l’occhio al ritorno in auge dei pezzi iconici della moda dei primi anni del Nuovo Millennio. 

Che il gusto e l’industria del fashion siano fatti di corsi e ricorsi non è certo una novità, ma questo recupero nello specifico sembrerebbe presentare delle peculiarità: secondo alcuni, infatti, sarebbe tutto merito (o forse colpa) della Generazione Z e della dilagante influenza di TikTok, il social network cinese che negli ultimi anni ha acquisito talmente tanto seguito e rilevanza anche in Occidente da costringere Mark Zuckerberg a rivedere l’algoritmo delle piattaforme social del gruppo Meta affinché promuovessero la circolazione di contenuti più affini alle aspettative create nel pubblico dal social asiatico. 

È proprio su TikTok, infatti, che sembrerebbe essere nato il trend modaiolo che ha preteso ed ottenuto il revival in passerella delle atmosfere che ci erano familiari (oltre) venti anni fa. 

A quanto pare, dunque, laddove la presenza di esponenti della Generazione Z è più massiccia e la loro voce più chiara e squillante, viene decretato il ritorno alla rassicurante estetica della loro infanzia. 

Merito della Generazione Z, del Corona Virus e del Second Hand

Secondo molti esperti di tendenze, però, il processo di cui oggi iniziamo ad apprezzare gli effetti si sarebbe innescato ormai oltre due anni fa, con l’arrivo del COVID-19. 

La pandemia e le misure di contenimento del contagio che ne sono scaturite, infatti, avrebbero contribuito a riprodurre nella vita di ognuno di noi un microclima molto simile a quello sperimentato all’inizio del Terzo Millennio. 

Da un lato, l’incertezza rispetto al futuro prossimo dovuta al susseguirsi senza sosta delle varianti del virus e dei divieti necessari ad arginarlo avrebbero richiamato alla mente la condizione di timore e spaesamento seguita ai tragici fatti dell’Undici Settembre; dall’altro, il ruolo strutturale della tecnologia nello svolgimento delle pratiche quotidiane legate allo studio, al lavoro, agli acquisti e all’intrattenimento durante il lockdown avrebbe riportato alla memoria dei più quel momento, nei primi anni Duemila, in cui i dispositivi tecnologici iniziavano a diventare parte integrante della vita di tutti. 

Inoltre, ad agevolare questo processo di recupero avrebbe contribuito la sempre più diffusa abitudine di acquistare capi di seconda mano: il maggiore utilizzo di quelli che vengono ironicamente definiti capi pre-loved, infatti, avrebbe facilitato e velocizzato il ritorno di pezzi di vestiario che abbiamo lasciato scivolare in fondo all’armadio alcuni anni fa nella speranza che la moda finisse per dimenticarli laggiù. 

Il lato oscuro degli anni Duemila

La moda dei primi anni Duemila non è stata soltanto fautrice dell’uso di assottigliare le sopracciglia, dei look total denim e delle tute in velluto, ma ha anche rappresentato la massima espressione dell’ossessione per la Taglia Zero. 

La Taglia Zero è la misura, presente nel sistema di abbigliamento femminile statunitense che, all’inizio del secolo, ha costituito il canone di bellezza proposto dalle case di moda e dunque recepito ed agognato dal pubblico, soprattutto quello femminile. 

Negli anni, la battaglia di brand e consumatori per rendere più sani la moda e ciò che essa comunica ha prodotto importanti risultati che rischiano di essere spazzati via dal trend del momento. 

In questo senso, è preoccupante constatare l’esponenziale aumento sui social del trend “What I Eat in a Day” ed è spaventoso vagliare i dati sulle tendenze legate ai disturbi alimentari. 

Inoltre, in alcuni paesi, tra cui la Cina, brand come Abercrombie & Fitch hanno iniziato a produrre capi di taglia doppio o triplo zero (quest’ultima corrisponde ad un punto vita di 58,5 cm).

Secondo l’ISTAT, in Italia iniziano a soffrire di questo genere di disturbi alimentari oltre 3 milioni e mezzo di persone ogni anno, di cui il 70% in età adolescenziale e nel 2021, si è assistito ad un aumento del 35% dei casi di DCA. 

Che #Y2K non spazzi via quanto di buono è stato costruito fino a qui

Insomma, che i jeans a vita bassa, i mini cardigan e le gonne a pieghe stiano tornando alla ribalta per merito di giovani adulti che provano nostalgia della propria infanzia o grazie ad adulti meno giovani che stanno tentando di rifugiarsi in schemi già noti per sfuggire ad un presente sempre più complesso, la certezza è una sola: la moda è un fenomeno sociale e, come tale, assorbe e restituisce gli umori del sentire comune, ricamando l’istantanea di una società sui proprio tessuti.  

L’auspicio, tuttavia, è che la nuova febbre degli anni Duemila non spazzi via quanto di buono la moda ha costruito, non senza sforzi né senza vittime, negli ultimi venti anni. 

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Marta Rinaldi

Marta Rinaldi

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